L'Anniversario PDF Stampa E-mail
Scritto da Marcello Brignone   
Sabato 30 Gennaio 2010 12:31

Il 29 gennaio è stato, per russi e ucraini, un giorno di orgoglio congiunto nel nome di Anton Cechov, di cui cadeva il 150 ° anniversario della nascita. Per l'occasione non sono mancate le dichiarazioni di circostanza: il candidato alla presidenza ucraina Viktor Ianukovic, in un'intervista televisiva, ha definito Cechov un grande poeta ucraino e una risorsa economica della nazione (sic!) e ha anticipato che, in caso di elezione, firmerà un decreto che dichiari festa nazionale l'anniversario della nascita del "grande e meraviglioso poeta" (velikij i velikolepnij poet).

Non si pretende dai politici che siano ferrati in letteratura, sarebbe andata peggio se il possibile futuro presidente dell'Ucraina avesse definito il grande drammaturgo, anziché poeta, compositore, ma certo la dichiarazione ha fatto sorridere molti...

Meglio si è espresso il leader del Cremlino Dmitri Medvedev da Taganrog, città di nascita di Anton Cechov, dove si sono svolte le celebrazioni ufficiali di parte russa dell'anniversario. Cechov è meglio di Avatar: "Le nuove tecnologie, sì d'accordo, ma Avatar non potrà mai sostituire il teatro, anche se è molto bello, molto complesso e molto costoso", ha sottolineato, se mai ce ne fosse stato bisogno, il presidente russo. Chissà se è stato informato sui fondati sospetti che anche la storia che sta dietro al kolossal cinematografico del momento abbia, in realtà, una paternità russa: i fratelli russi Arkadi e Boris Strugatskij scrissero del pianeta Pandora dal clima umido e mite e del popolo umanoide Nave (Na'vi nel film di Cameron) in dieci romanzi di fantascienza - ma con nascosti risvolti politico-sociali - pubblicati negli anni '60. E comunque, resta il fatto che anche il cinema deve molto a Cechov, non foss'altro per le tante pellicole di qualità che sono state tratte dalle sue opere o a esse si sono ispirate: ricordiamo, fra le altre, "La signora col cagnolino", splendidamente interpretato dal nostro Marcello Matroianni, ma anche "Il gabbiano" di Marco Bellocchio, o "Vanja nella 42esima strada" di Louis Malle.
Dobbiamo, però, dare ragione a Medvedev: le impressioni, le sensazioni che si provano in teatro davanti a "Le tre sorelle" o al "Giardino dei ciliegi" restano profonde nell'animo, più di qualsiasi megaproduzione hollywoodiana, perché nessuno come Anton Cechov, nato in una famiglia povera, morto a soli 44 anni di tubercolosi, è riuscito a rendere la vita, pur nei suoi momenti più drammatici, con le parole di una realtà che è soprattutto sogni, speranze, inganni.

 


Marcello Brignone

 

 

 

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Ultimo aggiornamento Lunedì 01 Marzo 2010 07:09
 
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